Museo del Modellismo Storico "Leonello Cinelli"

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La "Mazzolatura"

Questo lavoro é stato per lungo tempo una delle "star" dell'esposizione di Casa di Stella ed ha ottenuto importanti riconoscimenti ovunque é stato portato a concorso; é stato inoltre oggetto di un articolo assai lusinghiero, che senz'altro molti ricorderanno, sulla nota rivista Model Time.

LA STORIA
Il 25 Gennaio del 1505 morì a settantatre anni il duca Ercole d'Este e lo stesso giorno venne fatto Duca di Ferrara il figlio primogenito Alfonso.
La successione avvenne apparentemente senza scosse o turbamenti di sorta: il Cardinale Ippolito fu al fianco del fratello Alfonso quando questi lo stesso 25 Gennaio, cavalcando un destriero finemente bardato, al suono di tamburi e trombe, dopo avere percorso le strade della città sotto la neve che cadeva fittissima, entrò in Cattedrale per il giuramento di rito.
In segreto Ferrante scalpitava, non rassegnandosi a giocare un ruolo secondario nei confronti del primogenito, da lui considerato uomo rozzo e inadatto a reggere le sorti dello Stato.
Le prime trame di una congiura si erano andate dipanando tra Ferrante, l'ormai vecchio e sempre borioso condottiero Albertino Boschetti, Conte di S. Cesario, e Gherardo Roberti di Reggio, capitano di venticinque balestrieri e della piazza di Modena.
Più tardi entrarono nella congiura Giulio d'Este, che aveva un forte risentimento nei confronti del fratello Duca e Franceschino Boccaccio da Rubiera, cameriere di Don Ferrante.
Ma i congiurati, in disaccordo fra loro sui tempi (uccisione di Alfonso e poi di Ippolito o viceversa), sui modi (arma bianca o veleno) e sul luogo (nelle camere ducali o sulla pubblica via), senza dubbio incapaci di risoluzioni decise e ben architettate, finirono con l'essere scoperti dal Cardinale e quindi, arrestati, confessarono ed arrivarono ad implorare il perdono del Duca.
Don Giulio e Don Ferrante furono così processati insieme agli altri congiurati.
L'imputazione era chiara e gravissima: lesa maestà ed alto tradimento.
Vennero tutti condannati a morte, i due Estensi si videro però commutata la pena capitale nel carcere a vita e vennero relegati in due camerette poste l'una sopra l'altra nella Torre del Castello detta dei Leoni.
Le precauzioni furono rigorose: al vano assegnato a Don Giulio fu murata la porta, la finestra in alto venne munita di grosse sbarre di ferro, mentre il cibo e gli oggetti indispensabili venivano calati da un'apertura mediante una fune.
Diciotto anni più tardi Don Giulio e Don Ferrante ottennero di vivere insieme in una stanza della stessa torre dalla quale potevano osservare, al di là delle inferriate, quanti passeggiavano nella via della Giovecca.
Nel Febbraio del 1540 moriva Don Ferrante, mentre, solo dopo cinquantatre anni di carcere, l'ormai ottantaduenne Don Giulio, graziato, riacquistò la libertà.
Gli altri congiurati salirono il patibolo Sabato 12 Settembre del 1506:
"...Sabbato 12 detto il Conte Albertino Boschetti, Gherardo de' Ruberti e Franceschino da Rubiera complici nel tradinento contro il Duca, com'è narrato di sopra sono stati condotti tutti e tre di Castello sopra una carretta con li confortadori in piazza e sopra un tribunale grande, ove si lesse il processo, prima fu condotto Franceschino e mentre era in piedi il manegoldo li legò li occhi con un cendale negro e poi gli diede de una manara solla coppa, e caduto gli ne dette un'altra botta, et incontinenti o tirò con la testa sopra un legno, et gli tagliò con l'istessa manara la testa, e subito sopra un desco che era sopra detto tribunale lo squartò in quattro pezzi, et così fece alli altri dui, prima al Conte Albertino e poi a Gherardo, le teste loro sono poste sopra la Torre della Ragione in cima di tre lanze, e li quarti alle porte di San Giovanni Battista, degli Angeli et di San Benedetto.
Li Giudici che hanno dato la sentenza sono Messer Giovanni del Pozzo, uno dei giudici di corte, e Messer Gherardo del Sarasino consultore della Camera Ducale." (dalla cronaca coeva di Paolo Zerbinati ).

IL MODELLO  (di Andrea Zanotti)
La realizzazione del diorama che rappresenta questa esecuzione capitale, eseguita in piazza a Ferrara nel 1506, si inserisce nel lavoro di studio e di ricerca sui costumi delle milizie dell'epoca Estense che alcuni soci del Museo da tempo stanno svolgendo e che vengono poi finalizzati con la realizzazione di soldatini in piombo da 54 mm.
In questo caso particolare le numerose fonti documentarie ma soprattutto l'esistenza di una miniatura molto accurata sul "Libro de' giustiziati a Ferrara", che veniva tenuto e aggiornato costantemente dalla Confraternita di S. Maria Annunziata o dei Battuti Neri, mi ha stimolato facendomi superare le iniziali perplessità dovute al tipo di rappresentazione, se vogliamo, un poco macabra.
Per la costruzione del modello ho cercato di rispettare accuratamente la miniatura suddetta sia nei personaggi che nelle loro posizioni. Ciò è stato possibile solo in parte: infatti la miniatura, che interessa due pagine del libro, presenta al centro in corrispondenza della cucitura una parte rovinata dall'usura e dal tempo che rende di difficile lettura una piccola parte del dipinto.
Il miniaturista ha inoltre rappresentato l'esecuzione dell'ultimo dei tre condannati, mostrando dei due precedentemente giustiziati solo i quarti.
Nell'impossibilità di interpretare con un minimo di fedeltà le figure rovinate e per renderlo più interessante dal punto di vista didattico ho realizzato il modello bloccando l'attimo della seconda esecuzione e cioè con il primo condannato già squartato, il secondo in procinto di essere mazzolato ed il terzo ancora sulla scala di accesso al tribunale, con il confortatore che gli mostra la "tavoletta", cioè l'immagine sacra dipinta su tavola e impugnata per apposito supporto onde esibirla agli occhi del condannato.
L'operazione fatta aggiungendo al diorama, a differenza della miniatura, il terzo condannato e il suo confortatore si basa sul modello di comportamento dei Battuti Neri previsto nel dialogo notturno che si doveva svolgere tra confortatore e condannato a partire dalla notifica della condanna fino al corteo rituale che doveva, il mattino seguente, portare il morituro al luogo dell'esecuzione.
Questo perchè il condannato si pentisse e accettasse con cristiana rassegnazione la propria morte.
Una particolarità che aggiunge interesse a questa ricostruzione è il tipo di condanna, inusuale almeno per gli Stati Estensi: il mazzolamento.
Il condannato rimaneva in piedi mentre il boia (manegoldo) lo colpiva violentemente alla nuca con il rovescio della mannaia, provocandone la morte.
Mi sembra, a realizzazione ultimata, che le modifiche da me apportate rispetto alla miniatura non alterino nè l'equilibrio della composizione nè lo spirito dell'opera nel suo insieme, anzi aiutino a comprendere meglio la meccanica di questa rappresentazione macabra se, ma pur sempre rappresentazione con una sua logica spettacolarità, che interpreta il concetto di "morte esemplare".
L'esecuzione capitale con i suoi particolari raccapriccianti si giustificava in quanto, idealmente, episodio eccezionale destinato a fornire un esempio terribile, affinchè nessun altro si trovasse mai più in quelle condizioni: esemplarità quindi, in questa ottica, intesa come unicità.

BIBLIOGRAFIA
- Chiappini L. - Gli Estensi - Varese 1970.
- Frizzi A. - Memorie per la storia di Ferrara - Vol. IV° - Ferrara 1848.
- Prosperi A. - La Compagnia ferrarese di giustizia e l'uso delle immagini.
- Zerbinati G.M. - Cronache di Ferrara quali comenzano da l'anno 1500.